Di solito mi piace giocare con le parole, usarle per raccontare e fare ordine nei pensieri. Ma ci sono momenti, come questo, in cui rimango a fissare il foglio bianco. Scrivere fa male, perché significa dare una forma e un nome a una triste verità che vorrei ancora proteggere col silenzio.
“Mi raccomando: tieni duro e forza! Sei uno dei più grandi randonneur che io abbia mai conosciuto e come dici tu, i grandi non mollano! Un abbraccio”.
Questo è stato l’ultimo messaggio che ti ho mandato, qualche giorno fa. Ci hai messo un cuore, come facevi sempre, per ogni cosa. Forse, inconsciamente, era già la tua risposta a tutto. Una firma leggera prima di alleggerire il bagaglio.
Renato Cataran, o meglio Renè, come ti conoscevamo tutti, era prima di tutto un uomo innamorato. Della bicicletta, dell’avventura, dell’andare oltre. Gran fondo, ciclostoriche, gravel, ma soprattutto randonnée. Le lunghe distanze, quelle che ti portano a pedalare per giorni e giorni senza sosta, perché per te il tempo si misurava in chilometri e le pause erano solo un dettaglio indispensabile tra la partenza e l’arrivo.
“Dategli una bici, un sellino di appoggio e attraverserà il mondo”.
Sarebbe potuto essere il tuo motto, la tua filosofia di vita.
È difficile trovare una strada che tu non abbia battuto. Ma la cosa che mi scava dentro, oggi, non è l’elenco di quello che hai fatto, ma il modo in cui lo hai vissuto. Sempre con quel sorriso stampato sul viso rubicondo, anche quando la fatica si faceva cattiva, quando le gambe diventavano piombo, il fiato corto e gli occhi imploravano un minuto di sonno. Tu sorridevi alla fatica e andavi avanti.
Ci incontravamo spesso lì dietro. Non eravamo dei fulmini, e le retrovie erano il nostro regno di sofferenza condivisa. A volte bastava un saluto distratto, quattro parole per scacciare i fantasmi della notte. Altre volte abbiamo fatto lunghi tratti insieme, spartendoci il buio e le ore più dure, diventando custodi dei rispettivi silenzi.
Quando tre anni fa hai lasciato l’ASD SC Genova 1913 per diventare un Randagio Prealpino, dicendoci “Al Genova ho dato tutto”, per noi è stata una svolta. Eravamo solo in cinque allora. Avere in squadra un randonneur della tua tempra è stato un onore, ma soprattutto uno specchio: rappresentavi esattamente il nostro modo di intendere il viaggio. Forse, la nostra vera identità è nata in quel momento.
Alla fine dell’anno scorso la notizia della malattia ha cambiato il ritmo dei nostri pensieri. Abbiamo sperato, egoisticamente e disperatamente, di scorgerti spuntare in fondo al gruppo. Volevamo rivedere quel sorriso e quelle gambe che giravano senza sosta. Perché tu per noi eri questo: una certezza. Sapevamo che andavi col tuo passo, ma sapevamo che arrivavi. Sempre.
Il 6 giugno, invece, hai deciso di imboccare una traccia diversa. Una deviazione solitaria su un percorso dove non possiamo seguirti, ma dove siamo certi che, ancora una volta, arriverai esattamente dove desideri.
So che continuerò a cercarti con lo sguardo in fondo al gruppo per parecchio tempo. E anche adesso, in questo silenzio strano, sento l’eco della tua voce che racconta mille avventure, le risate, gli aneddoti vissuti, i chilometri masticati insieme e le notti insonni.
L’eredità che ci lasci è pesante, di quelle che fanno tremare i polsi a chi deve tramandarle. Ma ci proveremo. Proveremo a pedalare portando dentro il tuo ricordo, la tua capacità scanzonata di guardare in faccia le salite più dure e, soprattutto, il tuo sorriso. Lo faremo ogni volta che agganceremo i pedali.
Di fermarci non vogliamo saperne, anche perché ce lo hai insegnato tu: “Per noi la parola mollare non esiste”.
Ciao Renè. Manchi già. Buona strada.

